CREMA SOLARE E REEF: come proteggerti davvero senza distruggere l’oceano

Ogni anno, tra 4.000 e 6.000 tonnellate di crema solare finiscono negli oceani. Gran parte di queste contengono sostanze che sbiancano i coralli, alterano il sistema endocrino dei pesci e persistono nell’acqua per anni.
La notizia
migliore: esistono alternative efficaci.
La notizia peggiore: il mercato è pieno di
prodotti che si dichiarano “reef safe” senza esserlo davvero.

Il problema: cosa fa la crema solare ai reef

I reef di corallo coprono meno dell’1% del fondale oceanico, ma ospitano il 25% di tutte le specie marine conosciute. Sono anche tra gli ecosistemi più fragili del pianeta — già sotto pressione per il riscaldamento degli oceani, l’acidificazione, e l’inquinamento.
Le creme solari chimiche convenzionali aggiungono un ulteriore stress.
Quando entriamo in acqua, parte del prodotto che abbiamo applicato si scioglie nel mare. Nelle aree turistiche con alta densità di bagnanti — Maldive, Polinesia, Caraibi, Egitto, Bali — la concentrazione di queste sostanze
nell’acqua può raggiungere livelli significativi.

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Le sostanze da evitare (e perché)

Oxybenzone (benzofenone-3): è la sostanza più studiata e più problematica. A concentrazioni molto basse danneggia il DNA dei coralli giovani, interferisce
con la loro riproduzione e contribuisce allo sbiancamento. È anche un interferente endocrino nei pesci. Hawaii e Palau l’hanno già vietata per legge.
Octinoxate (metossicinamato di etilexile): secondo agente chimico più studiato. Comportamento simile all’oxybenzone: sbiancamento, tossicità per le larve di corallo, accumulo nei tessuti dei pesci.
Octocrylene: meno studiato ma presente in molti prodotti. Si accumula nei coralli (sono stati trovati livelli preoccupanti nel tessuto di coralli di Moorea, Polinesia) e si trasforma in benzofenone — sostanza classificata come potenzialmente cancerogena.
Butylparaben: conservante presente in molte formule. Contribuisce allo sbiancamento del corallo anche a concentrazioni molto basse.
Nanoparticelle di zinco e titanio: questo è il punto più controverso. Il biossido di titanio e l’ossido di zinco in forma nanoscopica (particelle < 100 nm) vengono ingeriti dai coralli e possono causare stress ossidativo. I filtri minerali in forma NON-nano sono considerati sicuri; quelli in nanoparticelle no.

Come leggere l’etichetta: la guida pratica

Il problema principale è che il termine “reef safe” non è regolamentato.

Qualsiasi produttore può scriverlo sull’etichetta senza che ci sia una definizione legale o un organismo di certificazione universalmente riconosciuto. Bisogna quindi imparare a leggere gli ingredienti.

Lista nera: oxybenzone, octinoxate, octocrylene, homosalate, octisalate, avobenzone (in alcune formulazioni), butylparaben, methylparaben, triclosan, microplastiche (polyethylene, polypropylene, nylon).

Lista verde: zinc oxide non-nano, titanium dioxide non-nano. Questi sono i due soli filtri fisici (minerali) considerati sicuri per i reef e approvati dalla maggior parte delle normative ambientali. Cercare in etichetta la dicitura “non-nano” o “non-nanosized”.

Regola rapida: se il prodotto non elenca gli ingredienti attivi in modo leggibile, o se i primi filtri nella lista sono nomi chimici complessi, è quasi certamente un filtro chimico convenzionale. Un buon prodotto reef-safe lo dichiara in modo chiaro.

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reef friendly

Le creme reef-safe funzionano davvero?

Sì, ma con qualche accortezza.

I filtri minerali (zinco e titanio) sono meno pratici dei chimici: lasciano una patina bianca sulla pelle, sono più difficili da spalmare uniformemente, e possono sembrare meno “trasparenti”. Le formulazioni moderne hanno migliorato molto questi aspetti, ma la differenza con un filtro chimico c’è ancora.

La protezione UV di un buon filtro minerale non-nano è pari o superiore a quella dei chimici per i raggi UVB. Sui raggi UVA può essere leggermente inferiore in alcune formulazioni — ma un prodotto con SPF 30-50 a base di zinc oxide copre adeguatamente entrambi gli spettri.

Il vero problema è la riapplicazione: i filtri minerali si rimuovono più facilmente
con l’acqua. Dopo ogni bagno, vanno riapplicati. Non è negoziabile.

Altre protezioni spesso trascurate

La crema solare è importante, ma non è l’unica risposta.

Il modo più efficace di proteggersi dal sole in acqua, riducendo al contempo l’impatto sull’ecosistema, è la protezione fisica: la muta da snorkeling (o la rashguard, una t-shirt tecnica in lycra) copre il corpo e riduce drasticamente la quantità di crema necessaria. Una rashguard con UPF 50+ protegge quanto una crema SPF 50 sulle parti coperte — senza rilasciare niente in acqua. Nelle destinazioni tropicali come Polinesia, Maldive e Sri Lanka, indossarla è normale: non è un accessorio da nerd del mare, è quello che fanno le guide locali.

Orari: il sole più intenso nelle destinazioni tropicali è tra le 10 e le 14. Fare snorkeling o immersioni la mattina presto o nel tardo pomeriggio non solo riduce l’esposizione solare: spesso dà anche condizioni di luce migliori sott’acqua e meno altri bagnanti in giro.

Cappello e occhiali: banale, ma trascurato. Fuori dall’acqua, un cappello a tesa larga e occhiali con protezione UV sono più efficaci di qualsiasi crema su fronte, naso e orecchie — le zone più esposte e più dimenticate.

Cosa facciamo noi: il punto di vista Makai

Makai ha scelto di includere in viaggio con destinazione marina, una guida pratica alla protezione solare responsabile, con la lista degli ingredienti da evitare e indicazioni sulle marche disponibili nelle principali destinazioni. Non perché sia obbligatorio — ma perché chi sceglie Makai di solito è il tipo di viaggiatore che vuole sapere queste cose.

I reef che visitiamo — Fakarava, Rangiroa, le Maldive, Raja Ampat, il Mar Rosso — sono ecosistemi che vogliamo che esistano ancora tra vent’anni. Ogni scelta piccola contribuisce.

Viaggiare consapevolmente non significa viaggiare peggio. Significa viaggiare con gli occhi aperti. Anche sull’etichetta della crema solare.

scritto da

Makai Viaggi

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